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STORIE DI ORDINARIO RAZZISMO, VIOLENZA E PREGIUDIZIO

 

Pubblicato il  10  gen   2015  su Eventi & Storie di vita

 STORIE DI ORDINARIO RAZZISMO, VIOLENZA  E PREGIUDIZIO

 

Con questa nuova area tematica il nostro blog  si propone di aprire un’altra strada nel mondo, o almeno un sentiero, qualora la costruzione di una strada si rivelasse  un’opera troppo grande per le forze della nostra piccola comunità.

Una strada fiorita di parole  di pace e di  autentici valori cristiani da proporre a tutti coloro che non vogliono  percorrere le molte strade intitolate con rinnovato vigore, ottusa e strumentale ignoranza, all’odio, al pregiudizio, alla violenza, alla sopraffazione.

Lo strumento da noi prescelto per la costruzione della nuova strada è la narrazione, il racconto in prima persona.

Questo perché la narrazione è nata con l’uomo, fa visceralmente parte della nostra esistenza; attraversa tutte le culture, le epoche, i luoghi. 

Il ragionamento scientifico è un potente, irrinunciabile strumento di conoscenza che si avvale di concetti astratti. Ma quando vogliamo dare un significato alla nostra esistenza, comprendere il mondo e le piccole e grandi cose del quotidiano, ricorriamo alla narrazione.

Nell’affrontare quanto ci accade giorno per giorno non sentiamo l’esigenza di   interrogare lo scienziato, non mettiamo in atto esperimenti da laboratorio, ma ci impegniamo a interpretare i fatti con il cuore e con la mente, organizziamo gli eventi in storie dotate di senso.

Il pensiero narrativo ci fa interpretare noi stessi, gli altri e la realtà in modo aperto e molteplice.

Per questo la narrazione come strumento di conoscenza e interrogazione del mondo ha una duplice valenza formativa: costruisce e sviluppa l’identità personale e nel contempo ci apre costantemente all’altro.

Ha una dimensione progettuale che investe, rinnova, arricchisce la nostra vita, la vita degli altri e conseguentemente si proietta nella realtà trasformandola. 

Il titolo della rubrica è emblematico di questa volontà di agire nel mondo, sia pure solo con le parole del racconto.

“Storie di ordinario razzismo, violenza e pregiudizio” si propone, infatti,  di narrare periodicamente piccole e grandi storie di eventi a cui abbiamo assistito.

Nel  nostro quotidiano, oggi più che mai, capita sempre più frequentemente di assistere in strada, in fila al supermercato, nella sala d’attesa di un ambulatorio medico, in pizzeria con gli amici,  a episodi concreti o verbali di razzismo, odio,  pregiudizio, omofobia, violenza.

Questi episodi possono essere narrati sotto forma di storie drammaticamente vere e usuali.

Non distogliamo la mente, il cuore, gli occhi e le orecchie da queste narrazioni esistenziali, non lasciamo che accadano  senza trasformarle.

Entriamoci dentro come protagonisti, assumiamo la parte del pacificatore/ pacificatrice; della fatina/ mago buono come nelle fiabe.

Cerchiamo di cambiarne il finale sostenendo il nostro punto di vista apertamente, pacatamente, senza suscitare il conflitto, ma in modo chiaro e inequivocabile.

Se, ad esempio,  sentiamo parlar male degli stranieri, degli omosessuali; se sentiamo battutacce sulle donne, mettiamo in scena altre parole, altre azioni.

 Non applaudiamo anche se tutti gli altri lo fanno e non restiamo passivi  dietro le quinte di questo grande palcoscenico che è il mondo.

Ma affinché le nostre parole abbiano un numero più vasto di spettatori, abbiamo messo in piedi questa rubrica.

Io personalmente  penso di contribuirvi narrando alcuni episodi significativi relativi a queste tematiche, ma chiunque può farlo.

Tutti i lettori del blog sono invitati a commentare quanto andremo di volta in volta a pubblicare, ed anche a diventare narratori.

C’era una volta dunque…

                                                                                                                                                                                                                                          Ivana

 

7-  E poi sei nata tu con le labbra grosse come la fidanzata nera del tuo povero zio

 

 

Di recente ho incontrato una mia amica, aveva in mano un mazzo di rose gialle.

“Per chi sono queste rose luminose?” le ho chiesto.

“Per mia figlia, oggi compie diciotto anni!” ha risposto con un sorriso più splendente delle rose.

“Diciotto anni? È già passato tutto questo tempo? Ti ricordi quando ci siamo incontrate e mi hai detto di aver avuto un’altra figlia? Avevi anche allora questo bel sorriso radioso!”.

“Sorriso radioso? È strano che tu lo veda così il mio sorriso… io per anni ho avuto difficoltà a sorridere apertamente e anche adesso, a volte, tendo a far rientrare le labbra…”.

“Ma perché? Non capisco”.

“Mamma mi ha sempre fatto pesare di avere una bocca grande… “.

E subito, come accade tra amiche, mi ha raccontato della sua infanzia.

Mia madre aveva un fratello più piccolo a cui voleva molto bene. È stato straziante per lei quando è emigrato a Parigi per fare il muratore e quando è morto cadendo da un’impalcatura è quasi impazzita di dolore.  Al funerale c’erano tutti come accade nei piccoli paesi. Mamma piangeva disperatamente, era inconsolabile, tutti erano preoccupati per lei anche perché era incinta… di me. Inaspettatamente si è presentata al funerale una ragazza creola, aveva la carnagione scura e un gran mazzo di rose per il fidanzato, che era appunto mio zio. Nessuno sapeva che mio zio avesse una fidanzata e per di più creola. Ti lascio immaginare come si sia scatenato il sentimento razzista mascherato da gusto estetico, per non parlare di mamma…

“Come ha reagito?”

“Di preciso non lo so, ma non credo che mamma abbia accolto bene quella povera ragazza che si era fatta tutto quel viaggio da sola, in un momento così doloroso. Io sono nata un mese dopo il funerale di mio zio e questo racconto l’ho sentito tante volte da mia madre, sin da quando ero molto piccola e tutte le volte, non mancava di esprimere l’avversione provata nel vedere quella donna nera. Ciò che più la ripugnava nella ragazza erano le labbra carnose.  Perciò tutte le volte il racconto si concludeva nello stesso modo…”.

 

Mi diceva sempre:

E poi sei nata tu con le labbra grosse come la fidanzata del tuo povero zio, il mio povero fratellino morto in terra straniera…”

Mi faceva sentire brutta e diversa e così sono cresciuta con il complesso delle labbra grosse, non mettevo mai il rossetto come le mie coetanee e cercavo di nasconderle quando sorridevo, tanto più che allora le attrici avevano boccucce minuscole dalle labbra sottili…”.

Una considerazione da cui nascono due interrogativi.

Oggi molte attrici e molte donne di ogni età esibiscono labbra siliconate sino all’inverosimile.

L’odierno apprezzamento delle labbra carnose in una donna può essere interpretato come una assottigliamento del sentimento razzista?

Oppure la ripugnanza per le labbra carnose della fidanzata creola può essere interpretato come sentimento razzista mascherato da gusto estetico?

IVANA LANGIU

6-  E poi sei nata tu con le labbra grosse come la fidanzata nera del tuo povero zio

 

 

Di recente ho incontrato una mia amica, aveva in mano un mazzo di rose gialle.

“Per chi sono queste rose luminose?” le ho chiesto.

“Per mia figlia, oggi compie diciotto anni!” ha risposto con un sorriso più splendente delle rose.

“Diciotto anni? È già passato tutto questo tempo? Ti ricordi quando ci siamo incontrate e mi hai detto di aver avuto un’altra figlia? Avevi anche allora questo bel sorriso radioso!”.

“Sorriso radioso? È strano che tu lo veda così il mio sorriso… io per anni ho avuto difficoltà a sorridere apertamente e anche adesso, a volte, tendo a far rientrare le labbra…”.

“Ma perché? Non capisco”.

“Mamma mi ha sempre fatto pesare di avere una bocca grande… “.

E subito, come accade tra amiche, mi ha raccontato della sua infanzia.

Mia madre aveva un fratello più piccolo a cui voleva molto bene. È stato straziante per lei quando è emigrato a Parigi per fare il muratore e quando è morto cadendo da un’impalcatura è quasi impazzita di dolore.  Al funerale c’erano tutti come accade nei piccoli paesi. Mamma piangeva disperatamente, era inconsolabile, tutti erano preoccupati per lei anche perché era incinta… di me. Inaspettatamente si è presentata al funerale una ragazza creola, aveva la carnagione scura e un gran mazzo di rose per il fidanzato, che era appunto mio zio. Nessuno sapeva che mio zio avesse una fidanzata e per di più creola. Ti lascio immaginare come si sia scatenato il sentimento razzista mascherato da gusto estetico, per non parlare di mamma…

“Come ha reagito?”

“Di preciso non lo so, ma non credo che mamma abbia accolto bene quella povera ragazza che si era fatta tutto quel viaggio da sola, in un momento così doloroso. Io sono nata un mese dopo il funerale di mio zio e questo racconto l’ho sentito tante volte da mia madre, sin da quando ero molto piccola e tutte le volte, non mancava di esprimere l’avversione provata nel vedere quella donna nera. Ciò che più la ripugnava nella ragazza erano le labbra carnose.  Perciò tutte le volte il racconto si concludeva nello stesso modo…”.

 

Mi diceva sempre:

E poi sei nata tu con le labbra grosse come la fidanzata del tuo povero zio, il mio povero fratellino morto in terra straniera…”

Mi faceva sentire brutta e diversa e così sono cresciuta con il complesso delle labbra grosse, non mettevo mai il rossetto come le mie coetanee e cercavo di nasconderle quando sorridevo, tanto più che allora le attrici avevano boccucce minuscole dalle labbra sottili…”.

Una considerazione da cui nascono due interrogativi.

Oggi molte attrici e molte donne di ogni età esibiscono labbra siliconate sino all’inverosimile.

L’odierno apprezzamento delle labbra carnose in una donna può essere interpretato come una assottigliamento del sentimento razzista?

Oppure la ripugnanza per le labbra carnose della fidanzata creola può essere interpretato come sentimento razzista mascherato da gusto estetico?

IVANA LANGIU

5- Ho cambiato canale

 

Due giorni dopo gli attentati di Parigi ho acceso la tv per seguire il telegiornale.

Feroci come belve affamate le immagini del poliziotto ucciso dai terroristi mentre giaceva inerme a terra mi hanno azzannato il cuore e la mente.

“Non voglio più vederle!” ho pensato e ho cambiato canale scegliendo Radio Italia dove trasmettevano il video della canzone “Liberi” dei Tiromancino.

Raccontava una storia tenerissima di un uccellino che ne libera un altro, forse femmina, chiuso in gabbia.

Forte dell’abbraccio del suo piccolo compagno l’uccellino trova il coraggio di spiccare il volo dall’alto della finestra proprio mentre un gatto nero si lancia su di loro.

Insieme volano per i cieli del mondo, ne ammirano la bellezza.

Insieme affrontano pericoli e agguati.

Farà anche ridere data la mia età non proprio infantile, ma mi sono commossa, come una bambina.

Il testo della canzone è riferito ad una storia d’amore tra un uomo e una donna, ma il cartone animato può essere interpretato come una storia di amore universale.

Ho cambiato canale non per sfuggire dalla realtà, ma per rientrarvi modificandola, anche se solo di una briciola.

Ma tante, tante briciole messe insieme formano dei pani interi.

E poi con piccole briciole si nutrono tanti uccellini…

La mia è una briciola che vuole parlare di pace, amore, libertà ai bambini della scuola dell’infanzia tramite il racconto di una storia.

La storia è intitolata “Vola via uccellino!”.

Troverò le parole giuste per raccontare ai miei alunni il salvataggio dell’uccellino.

Dovrò ideare suggestive strategie di animazione alla lettura per catturare i loro, occhi, le loro orecchie e insieme i loro teneri cuori e le loro grandi menti incorrotte dai mali del mondo.

Cecherò le musiche adatte per sottolineare i passaggi lieti e drammatici della storia, anzi coinvolgerò i bambini in questa ricerca, in modo che alla fine arrivi il momento più bello… quello più divertente per i bambini.

Danzeremo insieme mimando la storia con le musiche scelte da loro fino al bellissimo volo finale verso la libertà!

Che gioia, che divertimento, sarà per tutti.

Che consolazione per loro… sì che consolazione.

Non sempre i bambini, ce lo dicono apertamente, ma tutto ciò che vedono di brutto e violento, nel mondo o sullo schermo, si deposita nella loro anima con esiti imprevedibili.

Con questo non voglio dire che i bambini devono essere allevati nella bambagia, ma che noi adulti, educatori e genitori dobbiamo far sentire, forte, la nostra vicinanza affettiva, guidarli nelle tempeste con fari di pace.

Il progetto di animazione alla lettura “Vola via, uccellino!”, ancora da definire nei dettagli, si propone di essere un faro di pace in questo mondo sconvolto dalla violenza.

Trasmetterà ai bambini sotto forma di immagini, musiche e danze, questi valori:

“Anche i piccoli possono essere forti”

“Anche se sei piccolo puoi aiutare che è in difficoltà”

“Insieme ad un altro puoi sconfiggere gatti neri e uccelli predatori”

“Volare liberi sul mondo è bellissimo”.

E così il dolore straziante causato dalle immagini di morte ha generato un piano di lavoro di pace.

Un cambio di canale ha dato vita ad un’idea per celebrare la Giornata della Memoria.

Ivana Langiu

 

4-  Non ho mai visto il funerale di un cinese

Il fatto che sto per raccontare risale ad almeno un anno fa, ma è quanto mai attuale.  Dopo il dramma che si è consumato a Parigi ritengo sempre più urgente e necessario impegnarsi a diffondere un acultura della pace libera da pregiudizi.

Mi trovavo in fila, una lunga fila, in un supermercato, due ragazze cinesi, intente a deporre su un nastro mobile della cassa la merce acquistata, parlavano fitto fitto tra loro e sorridevano con quella bella, allegra complicità che spesso contraddistingue le persone legate da una forte amicizia, soprattutto se molto giovani. I suoni esotici della loro misteriosa lingua tonale, mi arrivavano di tanto in tanto alle orecchie e sembravano fluire morbidi fra la seta nera delle loro folte chiome.

Che invidia!

Nel frattempo pensavo a tutti i bei romanzi scritti da autori cinesi o ambientati inCina e al fatto che fino a non molti anni fa non era facile incontrare Cinesi nel nostro paese. “La buona terra” di Pearl Buck, letto almeno tre volte con immutato fascino; “Cigni selvatici. Tre figlie della Cina” di Jung Chang, divorato avidamente nonostante le 600 e più pagine…

“Adesso ci mancavano pure i Cinesi, tanto sono pochi gli stranieri che stanno venendo…” disse il signore che mi precedeva, voltandosi verso di me con aria ammicccante, sicuro di avere la mia complicità. Ho fatto finta di non sentire e ho proseguito le mie fantasticherie letterarie.                               “Troppi ce ne sono! E poi dicono che non hanno soldi, guardate che carrello pieno e qui c’è gente, padri di famiglia, che non ce la fanno ad arrivare a fine mese” disse una signora e mi guardò, chissà perché anche lei certa di trovare in me una nemica dell’immigrazione.

Il signore, incuriosito o insospettito dal mio silenzio, si è voluto impegnare tenacemente nel tentativo di affiliarmi.

“Non è per essere razzista, ma lavoro non ce n’è neanche per noi, quindi non è giusto che vengano qua… Ognuno deve stare a casa sua, vero signora?”. 

 Rompo il silenzio in modo impetuoso “Se tutti devono stare a casa loro, allora anche noi Italiani, che siamo emigrati in tutto il mondo, dobbiamo tornare a casa, non vi pare?”.

“E cosa c’entra! Noi siamo andati per lavorare!” ha replicato imbufalita la signora. “Anche loro, se è per questo!”, ho ribattuto irritata. 

“Ma c’è troppa delinquenza in giro, non lo sa che c’è la mafia cinese!” è intervenuto il signore.

“E la mafia in America chi l’ha portata! Babbo Natale?” ho detto alzando la voce in un crescendo d’irritazione.

Non sapendo che replicare il signore ha cambiato argomentazione, tirando trionfalmente un asso dalla manica: Ma lei l’ha mai visto il funerale di un Cinese? Io no, eppure ce ne sono tanti ormai… Non le sembra strano?”.

“Non capisco”, ho detto fingendo di non sapere a cosa volesse alludere. “Ma lo sapete vero, che cucinano i gatti! Io di certo non ci vado al ristorante cinese!” ha esclamato la signora tutta ringalluzzita dalle allusioni del signore.

“Neanche io ci vado! Chissà cosa ne fanno dei morti!” e giù grasse risate fra i due. Stavo per esprimere la mia indignazione ricorrendo ad una osservazione velenosa e sarcastica: “Io, invece, non ho mai visto il funerale di un tedesco… eppure ce ne sono tanti, ormai! Non sarà che anche loro…”.

Ho avvertito in me, ad anni di distanza, il rigurgito amaro causato dall’essere stata anche io vittima di pregiudizi nelle mie brevi visite estive ai miei genitori. “Straccioni!” o qualcosa di simile ci dicevano alcuni bambini svizzeri quando ci vedevano arrivare in piscina. La maggior parte, però, sia detto per amore di verità, giocavano tranquillamente con noi.

Ho preso coscienza del fatto che la rabbia chiama altra rabbia ed è nemica del dialogo. E poi perchè offendere i tedeschi anche se solo per finta e a scopo retorico.

Ho cambiato tono di voce rivolgendomi solo al signore, perchè la donna mi dava ostentatamente le spalle. Gli ho raccontato che recentemente era morto un vecchio compaesano di mio marito emigrato in Francia da giovanissimo. Un suo lontano discendente appresa la notizia, benchè non avesse mai conosciuto il defunto, ha deciso di pagare il funerale dell’immigrato, facendolo seppellire nel piccolo cimitero di paese.

“Io penso che anche i Cinesi abbiano cura dei loro defunti, forse il fatto che lei non abbia mai visto il funerale di un Cinese, dipende dal fatto che lo riportano in patria”.

“E intanto dove li mettono? Dentro il freezer?” ha detto beffeggiando la donna. Questa volta è stato il signore a far finta di non sentire.

“Adesso che ci penso, la stessa cosa è successo a un cugino di babbo che, poverino, era partito in Argentina…in fondo siamo tutti cristiani” ha concluso il signore.

Eh sì! Siamo tutti “cristiani quando ci liberiamo dai pregiudizi.

Chissà se le due ragazze cinesi ci hanno sentito e cosa hanno pensato di noi e, cosa pensano, in generale, i Cinesi del nostro modo di celebrare i funerali!

                                                                                                                        Ivana

 

 3- I cigni del lago di Zurigo

La storia degli uccelli acquatici pescati di frodo e mangiati  dagli stranieri continua, travalica i confini nazionali e arriva fino alla verde e “cioccolataia” Svizzera.

La Svizzera è il paese in cui sono nata da genitori italiani ivi emigrati alla fine degli anni cinquanta.

Come tanti altri figli di immigrati sono stata affidata, in tenerissima età, ai nonni.

Sono quindi sempre vissuta in Sardegna.

Mia sorella, invece, è vissuta in Svizzera fino al 1991, anno in cui, già adulta, ha deciso di tornare in Italia.

 Qualche settimana dopo aver smascherato il vero assassino delle papere, le ho raccontato l’episodio del signore incontrato casualmente al parco che, senza alcuna prova, accusava gli stranieri della carenza di papere nel suddetto parco e di come poi gli stranieri siano stati assolti dal tribunale dei fatti.

“Ma lo sai cosa dicevano gli Svizzeri degli Italiani?” ha subito esclamato.

“Non dirmi che ci credevano ladri e mangiatori di papere” ho ipotizzato inorridita.

“No di papere no, ma di cigni sì. Dicevano che gli Italiani mangiavano i cigni del lago di Zurigo anche se era proibitissimo…(cioè proibito davvero alla svizzera maniera). Sai come ci tengono gli Svizzeri agli animali…”.

“E voi?”

Molti Italiani ci credevano e si vergognavano di essere considerati incivili!”.

Non sono in grado di aprire un’indagine sul presunto reato commesso in Svizzera dai miei connazionali, perciò, non conoscendo i fatti, non posso affermarne né l’innocenza, né la colpevolezza.

Tuttavia una riflessione posso azzardarla.

Forse le due accuse agli stranieri, quella avanzata ad Olbia e quella avanzata in Svizzera, hanno una causa in comune: il pregiudizio razziale.

Eh già!

Gli Italiani che emigrano in Svizzera diventano subito stranieri e come tali possibili bersagli di pregiudizi razziali.

Ve ne potrei raccontare tanti di episodi in merito….

Ma concludo girandovi due quesiti:

Ma la carne di cigno sarà commestibile?

E quella del Germano Reale?”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          Ivana

 

2-  L’assassino è…il veleno per topi

Ricorda il lettore il mistero della moria di papere ad Olbia?

Di come qualcuno sospetti che di tale misfatto si siano macchiati ancora una volta, manco a dirlo, gli stranieri?

Una mattina, dopo vari giorni di assenza, sono andata a dare da mangiare alle papere…e purtroppo non ne ho visto neanche una.

Il pane l’ho lanciato in pasto ai pesci, ai piccioni e agli uccellini subito accorsi. 

Nel pomeriggio sono passata in un altro tratto del canale in cui normalmente nuotano le amiche papere, ma erano assenti anche in questo punto…ad eccezione di tre… galleggianti inerti con le zampe all’insù.

Che tristezza!

Ho avuto la fortuna di risolvere il doloroso mistero  qualche giorno fa, non per capacità investigative, di cui sono totalmente sprovvista, ma per puro caso.

La mia gatta si è ammalata e l’ho perciò portata da un veterinario molto noto in città per professionalità ed onestà.

Mentre visitava la gatta ho pensato di interpellarlo in proposito.

Era a conoscenza del fenomeno perché ha collaborato alle analisi svolte dall’Istituto zooprofilattico.

Ebbene, mi dispiace deludere il paperofilo razzista, che senza nessuna prova accusa gli stranieri di pescare le papere di frodo per mangiarle, ma gli assassini non sono loro.

L’assassino come ho già spifferato nel titolo, segno evidente che non potrei mai scrivere un libro giallo, è il veleno per topi sotto forma di esche appetibili collocate appositamente nel Parco Fausto Noce.

Purtroppo hanno mangiato il veleno anche le papere… si rassegni l’ingiusto accusatore.

                                                                                                                                                                                                                                                Ivana

 

1-  Pescatori di papere

Ho la fortuna di poter spesso andare a passeggio per le vie di Olbia, quasi sempre accompagnata dalla mia cagnetta Minnìa. Una delle mie mete preferite è il viale che costeggia il parco Fausto Noce, verso l’Urban Center. Lungo le rive del canale, prima ancora del bel giardino mediterraneo, si possono ammirare alberelli di oleandro e, oltre la ringhiera, cespugli spontanei fioriti a seconda della stagione.

In così amena e distensiva passeggiata, occorre però fare attenzione agli escrementi di cane sparsi in abbondanza, nonostante i cartelli invitino al rispetto della natura, ove si intende, fra le altre cose, la raccolta delle suddette feci con le apposite bustine.   

In compenso le acque del canale sono allietate dall’allegro e chiassoso nuotare di numerose papere, o germani reali, per la precisione.

Mi piace dar loro da mangiare, osservare la frescura e la grazia del loro volo sul cibo lanciato.

Molte altre persone lo fanno e si ha così modo di conversare un po’.

Una mattina, meno di due mesi fa, mentre ero intenta a dar da mangiare alle paperelle, quel giorno insolitamente poco numerose …ecco cosa è successo.

Alle mie spalle un signore solitario e due signore.

“Avete visto che poche oggi le papere? E lo sapete perché?” chiede il signore.

“E perché mai?” chiede una di noi, non ricordo chi.

“Se le mangiano gli stranieri!” è la sconcertante risposta data dal signore.

“Gli stranieri?!”domandiamo tutte e tre quasi all’unisono.

Il signore è ben lieto di renderci edotte sull’ennesimo reato commesso da quella “peste” di stranieri che ogni giorno vengono qua a rubarci il lavoro.

Veniamo così a sapere che le papere diminuiscono a vista d’occhio perché gli stranieri le pescano di frodo, usando l’amo, se le cucinano e se le pappano, poverelle!

Non ci è  dato conoscere la ricetta purtroppo… metti che una volta a cena sei a corto di idee culinarie.

Prima di sciorinare la mia solita arringa in difesa dei migranti, giacché figlia di migranti, ed io stessa nata all’estero, gli domando se è stato testimone oculare del reato.

Risponde che no, però li hanno visti pescando, gente sicura…

Provo a farlo ragionare con le seguenti argomentazioni:

  • È difficile pescare le papere, hanno il becco duro e l’amo penetra difficilmente;
  • Forse le carni non sono buone;
  • Magari è un’invenzione…una fiaba metropolitana;
  • Come mai nessuno è intervento in difesa della papera presa all’amo;
  • E se anche fosse vero, magari è un caso isolato;
  • E se anche fosse un reato frequente… povera gente, costretta a cibarsi di papere! Si dovrebbe in tal caso, provarne compassione, magari anche vergona per le nostre pance piene e indifferenti.

Nel frattempo le due signore mi incoraggiano a proseguire con cenni e sorrisi di consenso.

Niente da fare, il tipo rimane fermo sulla sua deposizione a sfavore degli stranieri.

Per rafforzarla aggiunge che di notte gli stranieri fanno “casino” al parco, litigano e usano anche i coltelli.

Se ne va scuotendo la testa, incredulo per la nostra incredulità e irragionevolezza.

Una delle signore mi dice che forse quel tipo è un po’ razzista, che lei abita a due passi dal canale, che ama le papere e da loro da mangiare, che dalle sue osservazioni risulta che le simpatiche natanti, nuotano appunto, concentrandosi ora in un punto, ora in un altro e perciò non sono sempre visibili dal nostro punto di osservazione, data l’estensione considerevole del canale.

Afferma anche che è vero che di notte al parco accadono risse, ma a commetterle sono sia gli stranieri, sia gli italiani.

Trovo queste argomentazioni ancora più convincenti delle mie perché provengono da una testimone oculare.

Ma tanto ormai… il paperofilo è andato via indignato per la sua strada.

Lo invito tuttavia, a riflettere su un articolo pubblicato il 6 ottobre 2014 sull’Unione sarda, dal titoloMorìa di germani reali a Olbia. Esclusa influenza aviaria e febbre Nilo”.

L’articolo informa sui risultati delle analisi svolte dall’Istituto zooprofilattico di Sassari.

 Non si fa alcun cenno  ad ami ed esche che possano comprovare la pesca di frodo.

Ora due sono le cose…

O quelli dell’ Istituto zooprofilattico non hanno neanche un briciolo dell’acume investigativo di Sherlock Holmes… oppure il paperofilo è davvero razzista.

Concludo avanzando un dubbio legittimo, date le circostanze.

I cani e i relativi padroni che imbrattano le vie di Olbia, nello specifico il viale della mia passeggiata preferita,  saranno anch’essi stranieri?

                                                                                                                                                                                                 Ivana

 

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