Questo scritto è un po’ lungo, ma ci fa capire perché è importante dare la cittadinanza ai bambini nati in Italia e che di fatto sono italiani. Concita fa riferimento alla sventata tragedia dei 50 ragazzini sequestrati e minacciati di morte dal loro autista cittadino italiano di origine senegalese. Le foto riguardano la terribile avventura finita bene per meriti dei ragazzini stessi, in particolare di Rami e Adam.

 

La lingua della paura

Concita De Gregorio

La lingua della paura dice chi sei. È lì che abita la nostra identità profonda. Di questo sono certa, pensavo, ascoltando le telefonate dei bambini che chiamano casa dal bus perché qualcuno sta minac­ciando le loro vite. Hanno paura in italiano. Sono bambi­ni italiani.

Mia madre è nata e cresciuta in un Paese diverso da questo, che è il mio. Tuttora quando conta, quando si ar­rabbia molto, quando c’è un’emergenza usa la sua lingua d’origine. Va a stare nel luogo dell’istinto, cinquant’anni vissuti altrove non lo hanno scalfito. I miei fratelli e io sia­mo abituati a questo codice lessicale da sempre: quando mamma torna alla sua lingua c’è un pericolo. Per noi figli bambini, all’epoca, di certo: un rimprovero, una punizione in arrivo.

Quando ascolto le conversazioni di Rami, Adam e de­gli altri bambini del bus con i loro genitori sento questo: i bambini parlano alle loro madri, ai loro padri, in italiano. Hanno accento lombardo. Sono minacciati, hanno pau­ra, temono di morire. Sono veramente in pericolo, e par­lano italiano. I genitori rispondono in un’altra lingua, ara­bo forse – non sono in grado di riconoscerla – i bambini continuano a parlare italiano. Una, due, tre volte. Solo in un caso, a una madre che forse non capisce o non crede, uno dei piccoli si rivolge infine nella lingua della madre. Si trasferisce nell’identità della donna, cambia codice. Uno di loro – un ragazzino molto sveglio, lo ha indicato così la sua maestra: intelligente – usa la lingua dei padri per non farsi capire: come trucco, consapevole. D’istinto tutti, invece, scappando, urlando, parlano italia­no. E’ la loro lingua della paura. Delle risate, dei giochi, dei sogni. È il loro posto.

La cittadinanza è il nostro posto. Deve coincidere con la lingua in cui sogniamo, diciamo i nomi dei mesi e fac­ciamo le somme, ci arrabbiamo e abbiamo paura. Non c’è molto da aggiungere. Abitiamo un luogo nella nostra mente che deve coincidere con il luogo che i nostri corpi abitano: se non coincide siamo stranieri in casa. E non c’è nessuna ragione – non ne vedo una, davvero – per di­re Rami o Adam sia meno italiano di un altro bimbo nato nello stesso ospedale lo stesso giorno nelle mani dello stesso medico, cresciuto nello stesso quartiere frequen­tando le stesse scuole, giocando nella stessa squadra. Lo si potrebbe chiedere, per esempio, ai convegnisti del Fo­rum sulla famiglia in procinto di tenersi a Verona. E se un bimbo “italiano senza cittadinanza” diventa un campioncino dell’Hellas ( si chiama così la squadra in serie B del Verona)? E se vince il certamen di latino, se canta da soprano all’Arena? Allora sì, allora ai buoni e ai bravi si concede l’italianità come un premio? E a quelli nati da genitori veronesi che invece bocciano a scuola o che non eccellono negli sport che si fa, gliela si toglie? C’è qualcosa di orribile e dispotico in questa idea della concessione sovrana. Qualcosa che non ha niente a che vedere con uno stato di diritto.

Si impara alle elementari, in cortile: le regole del gioco servono – si invocano – quando c’è qualcuno che non le rispetta. E la regola!, si dice a chi la vìola. Cioè a dire: se fossimo governati da santi e da benefattori, da Gandhi e da Madre Teresa, non avremmo – in teoria – bisogno di leggi. Servono, le leggi, soprattutto quando qualcuno prova a forzarle. E per questo che devono essere lì da pri­ma: a garanzia dei pericoli, a costruire il futuro.

Probabilmente lo ius soli oggi non è la prima delle pre­occupazioni per milioni di italiani che non hanno lavoro, che sono pagati al nero (quando sono pagati!), che non pos­sono andare in pensione. Non è percepito come emer­genza. E’ comprensibile. Anche negli anni Settanta c’era­no emergenze più gravi del divorzio, l’aborto. L’Italia pe­rò, per noi che ci viviamo adesso, è il paese che è anche grazie a quelle leggi – immaginate da qualcuno che ha sa­puto pensare il tempo a venire. Oggi stringiamo alleanze con la Cina. Negli angoli delle nostre strade, nei ristoran­ti e nei negozi cinesi, ci sono ragazzi che parlano italiano coi loro genitori e traducono per loro. Sono la seconda ge­nerazione, a volte già la terza. Non sono italiani, i com­mercianti di via Paolo Sarpi a Milano che aprono negozi di street food con la laurea alla Bocconi in tasca? Non sa­rà grazie a loro e ai loro figli che potremo avere relazioni più consapevoli con i paesi da cui provengono i loro non­ni? Ma questi sono già criteri di convenienza, considera­zioni mercantili. Servono, per carità. Prima, però, chi go­verna dovrebbe avere in mente chi siamo – tutti quanti – e cosa possiamo diventare. Qual è la lingua della nostra paura. Quale quella dei nostri sogni. Il diritto di cittadi­nanza e la politica (la politica come dovrebbe essere) si trovano a questo incrocio. Sono il posto dove i sogni san­no sconfiggere le paure, in italiano chiamare casa. Il posto dove ogni bambino, senza essere obbligato a esserlo, può diventare eroe.

[pubblicato in Repubblica 24/02/2019)