Riccardo Cocciante, un canto per gli ultimi: “Dobbiamo mescolarci, imparare dagli altri”

di MAURIZIO DI FAZIO- pubblicato il 28 agosto 2018 

 

In questi giorni di polemiche e insulti sull’aiuto o meno da dare ai migranti, non fa male non dimenticare come venivano trattati i Sardi e gli Italiani dalla fine dell’Ottocento sino a pochi decenni fa negli Usa, in Australia, in Svizzera e in altri stati europei più ricchi. Dai pregiudizi alle leggi restrittive, per poi arrivare alle violenze: una lunga striscia di fatti che dovrebbe far riflettere. 

 

 

In questi giorni di polemiche e insulti sull’aiuto o meno da dare ai migranti, non fa male non dimenticare come venivano trattati i Sardi e gli Italiani dalla fine dell’Ottocento sino a pochi decenni fa negli Usa, in Australia, in Svizzera e in altri stati europei più ricchi. Dai pregiudizi alle leggi restrittive, per poi arrivare alle violenze: una lunga striscia di fatti che dovrebbe far riflettere.

intervista di Maurizio di Fazio a Riccardo Cocciante

Il cantautore è tornato a l’Aquila, alle sue radici, nei luoghi dove è nato il padre. Per celebrare, con un concerto, 45 anni di carriera. Durante la ‘Perdonanza’, che da 724 anni rinnova l’indulgenza plenaria concessa da Celestino V, ha cantato le sue hit e il brano ‘I clandestini’ davanti a prelati e politici. Perché, dice, la musica “è una cosa seria”

È sempre stato un cittadino del mondo e vive, da lustri, all’estero. Ma le radici sono importanti e suo padre, come dicevamo prima, veniva dai dintorni dell’Aquila. Ecco forse perché ha accettato di portare in scena 45 anni di successi ospite d’onore della Perdonanza, una cerimonia che va avanti da 724 anni e che rinnova l’indulgenza plenaria perpetua che Celestino V concesse, la sera stessa della sua incoronazione a pontefice, a tutti i fedeli. Il suo concerto-spettacolo di sabato scorso, intitolato Cocciante racconta Cocciante, ha lasciato il segno. Nel piazzale di Collemaggio, con la basilica ristrutturata illuminata a festa, circondato da ben 170 artisti, ha regalato, alla folla presente, uno show indimenticabile con la sua sua intensissima reinterpretazione de I clandestini da Notre Dame de Paris. Riccardo l’ha cantata in piedi, davanti alle prime file occupate dalle cariche civili e religiose. Un testo incredibilmente attuale, profetico: “Noi siamo gli stranieri/ I clandestini/ Noi uomini e donne/ Soltanto vivi/ Noi siamo quel niente/ Che conta zero/ Tu, uomo, dove sei?/ Il mondo non è qua/ Ma è qua che cambierà/ E si mescolerà/ E ricomincerà/ Da qui”.


Lei, Cocciante, un po’ italiano e un po’ francese, nato a Saigon e vissuto poi in varie parti della Terra: cosa ne pensa di questi razzismi, di queste chiusure identitarie di ritorno? La soluzione a tutti i malanni dell’uomo contemporaneo è: “Abbassiamo le saracinesche nazionali”?

“Io credo in un mondo aperto, che si schiude di continuo alla mescolanza. Deve essere questa la nostra direzione e non dimentichiamoci mai che noi italiani siamo stati emigrati, siamo dovuti scappare da un’altra parte, in America e altrove. Sono cose che si ripetono, cicliche, la storia di popoli che soffrono e hanno bisogno di altri popoli, di altri luoghi per rigenerare, forse, la propria stessa identità. Amo le mie origini, credo nell’apertura. Uscire fuori dal guscio e andare a vedere come vivono, come ragionano le altre civiltà: è questo che ci arricchisce. Sempre. Notre Dame raccontava, appunto, di queste contaminazioni, dell’importanza del dialogare e del miscelarsi con l’altro. I popoli non possono e non devono restare chiusi a chiave a doppia mandata. Noi non conosciamo niente da soli, non bastiamo a noi stessi. Dobbiamo imparare dagli altri popoli, e dare pure noi qualcosa a loro”.