Oggi 27 agosto siamo in uno scenario totalmente diverso di 15 giorni fa quando l’insegnante Enrico Galiano ha scritto la seguente lettera al ministro Matteo Salvini. Oggi il Movimento 5 stelle e il PD stanno tentando, con molta difficoltà, di fare un nuovo governo. Questa lettera però è attuale, SEMPRE. Salvini è un uomo e un politico che non ha il senso delle istituzioni né il rispetto della dignità delle persone, per cui non so se l’abbia letta, ma fa bene a noi leggerla e difendere questa scuola “politica”. Cosa ne dicono le nostre lettrici e lettori?

LETTERA APERTA DI UN INSEGNANTE A MATTEO SALVINI

 

Enrico Galiano scrive il 13 agosto 2019 al ministro ponendo l’accento che fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te, ma significa spingerli a pensare.

 

Caro Ministro dell’Interno Matteo Salvini,

ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.

Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando che abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti:

Io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.

La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata.

Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?

Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica.

Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica.

Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.

Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.

Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.

Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica.

Accidenti se lo è.

Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.

                                                                                                                       Enrico Galiano