CONTRO LA RASSEGNAZIONE

commento di don Franco Barbero

In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla.

Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei.

Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse:”Non piangere!”.

E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono.

Poi disse:”Giovinetto, dico a te, alzati!”.

Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare.

Ed egli lo diede alla madre.

Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo:”Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo”.

La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.     [Vangelo di Luca cap, 7 versetti 11-17]

 

Questo brano ricorre solo nel Vangelo di Luca che ci parla ben nove volte di donne vedove.

Non siamo affatto sicuri che questo “racconto di miracolo” rappresenti l’esatta fotografia di un avvenimento. La tradizione ebraica, come molte altre, racconta spesso di ciechi che vedono, di storpi che saltano, di morti che risuscitano lasciando talvolta l’impressione che i profeti e Gesù siano dei maghi.

Il Primo Libro dei Re ci racconta che il profeta Elia aveva restituito alla vita il figlio unico di una vedova (1Re 17, 17-24).

La tradizione ebraica aspettava il ritorno di Elia, che avrebbe inaugurato i tempi ultimi, nei quali i ciechi avrebbero recuperato la vista, i lebbrosi sarebbero stati mondati, i sordi avrebbero di nuovo udito e per tutti gli oppressi sarebbe giunto il tempo della liberazione.

Il Vangelo di Luca mostra Gesù in perfetta continuità con le azioni dei profeti. Per questo la folla lo chiama profeta.

Dunque, occorre spingere lo sguardo oltre il piano narrativo e cogliere il significato del racconto.

 

Gesù incontra la vedova

 

Gesù si avvicina al corteo funebre e si rivolge a questa vedova.

Egli aveva sentito alla sinagoga del villaggio che “Dio è il padre degli orfani e il difensore delle vedove” (Salmo 68,6).

Gesù non passa oltre. Nella società di allora la donna era subordinata ed emarginata. Perdere l’unico figlio, dopo la morte del marito, precipitava questa donna nella più abissale solitudine e la rendeva priva di ogni protezione.

La parte migliore della tradizione ebraica, sia profetica che sapienziale, riservava notevole attenzione alla condizione e alla persona della vedova.

Gesù si fa sempre “partigiano”, si schiera sistematicamente dalla parte della vedova, dell’orfano, dello straniero, del povero, del cieco, del lebbroso.

Vede le lacrime di questa donna e sa ascoltare ed affrontare la sofferenza, si fa prossimo.

Voglio sottolineare questo particolare. Oggi la nostra chiesa e le nostre comunità sanno vedere “le lacrime delle donne”, le violenze e la emarginazioni che subiscono?

Da Pechino alla Palestina, dalla Russia alla nostra Italia, dal Kenia alla Siria, le donne pagano un prezzo di sofferenza indicibile, specialmente se lottano per il diritto alla parità, all’autodeterminazione.

La nostra chiesa non ha ancora superato la discriminazione e, in nome della tradizione, non riconosce né le lacrime, né il grido, né il dono che la vita delle donne rappresenta per la società e per la chiesa.

Penso alla lotta delle gerarchie cattoliche contro la 194 e alla negazione del ministero alle donne.

Ma, aldilà delle responsabilità istituzionali, tocca a ciascuno di noi saper vedere le lacrime e le violenze inferte alle donne e ascoltarne la voce.

Ciò significa lottare contro le discriminazioni e il dilagante femminicidio, instaurando nelle nostre relazioni personali la pratica della pari dignità e della libertà.

 

Gesù fa i conti con la morte di un giovane.

 

La morte di un giovane qui assume un significato preciso. Gesù dentro la sua società vedeva che si pregava ogni giorno, mattino e sera, il Dio della vita, ma poi l’esistenza quotidiana era sottoposta a lavori logoranti, legalismi ossessivi, violenze continue.

Dov’era mai quella felicità che Dio ha sognato per il creato?

Perché teologi di allora e capoccia locali non facevano altro che spegnere la gioia sotto una montagna di obblighi e di precetti insopportabili?

Gesù non tollera che il Dio della vita venga “bruttificato” e manipolato, ridotto a garante di un sistema di vita necrofilo, che ama e produce morte ed infelicità, oppressione ed emarginazione.

Penso a quanto scrive l’amico Felice Scalia, gesuita e teologo della liberazione:”Abbiamo costruito una macabra civiltà della morte. Mettendo al centro le cose, il possesso, il denaro, il diritto della forza, abbiamo intronizzato la morte.

 

Siamo un po’ come quel ragazzo del vangelo che senza un padre non sapeva crescere e preferiva scendere da quel treno in corsa folle verso il nulla che gli sembrava la vita.

Siamo come la vedova che per domani attende solo il peggio: solitudine assoluta, miseria, insignificanza, morte sconsolata.

Un po’ rassomigliamo forse al padre del ragazzo morto, che non ha retto alla prospettiva di un mondo così poco accogliente dei poveri, chiuso ad un futuro per il suo bambino.

E abbiamo pensieri simili a quelli che occupavano la mente degli accompagnatori funebri: ci attende un sepolcro spalancato”. (Adista, 18 maggio).

Il significato profondo di questo racconto può dunque parlare di noi e a noi.

Dio ci chiama a fermare il carro funebre che troppi becchini conducono rassegnatamente al cimitero.

No, la vita è un dono di Dio e non può diventare rassegnazione all’ingiustizia, alla corsa folle verso il vuoto di senso, all’accaparramento delle cose come una guerra tra poveri, ad un “destino” miserabile.

Il regno di Dio è “guarire le ferite”, cioè aver cura del creato tutto intero, dell’ambiente e di tutti i viventi che lo costruiscono e lo abitano.

Il nostro impegno come cittadini e come cristiani è indispensabile. Aiutiamoci a costruire spazi di riflessione consapevole, di pratiche di solidarietà, educandoci alla speranza, alle gioie profonde delle piccole cose, al soffio di felicità che ci raggiunge quando riusciamo a far regredire il nostro egoismo, ad aprire occhi, cuore e mani ad esperienze di condivisione.

 

Benedetto sei Tu,

Dio della vita,

primo operaio nel cantiere della liberazione.

Se apriamo il cuore a Te

sulla strada indicataci da Gesù,

non cederemo al vento della rassegnazione e non diventeremo becchini della speranza.